Quando la geopolitica entra in azienda: perché rotte, dazi e demografia contano sempre di più

Quando la geopolitica entra in azienda: perché rotte, dazi e demografia contano sempre di più

Una nave portacontainer diretta in Italia arriva all'imbocco del Mar Rosso e cambia rotta. Invece di attraversare lo stretto di Bab el-Mandeb e il canale di Suez, scende lungo le coste africane, doppia il Capo di Buona Speranza, risale l'Atlantico e attracca a Rotterdam o ad Anversa. Da lì le merci arrivano nel nostro Paese via terra, con costi più alti, tempi più lunghi e porti italiani che perdono traffico. È una delle immagini che Dario Fabbri, analista geopolitico e direttore della rivista Domino, ha portato durante i lavori del BCI Experience all'Allianz Stadium di Torino: la geopolitica non è un affare lontano, ma qualcosa che entra nei magazzini, nei listini e nelle scelte di ogni azienda.

Carte geografiche alla mano, Fabbri ha restituito una fotografia delle principali crisi del nostro tempo, con un filo conduttore preciso: la sfida tra Stati Uniti e Cina. Da qui passa tutto, dai dazi al riarmo, dalle rotte di approvvigionamento alla competizione tecnologica. E qui arriva il primo paradosso. Sulla carta, ha spiegato, «non c'è neanche partita»: gli Stati Uniti restano molto più forti. La Cina sta invecchiando rapidamente e da qui al 2070 perderà quasi 500 milioni di abitanti, l'equivalente dell'intera popolazione europea, mentre quella americana continuerà a crescere. La marina statunitense presidia i mari cinesi e, pur con un quinto degli abitanti, gli Stati Uniti producono una ricchezza maggiore. «Se questa è un'ascesa – ha ironizzato – vorrei sempre un nemico così».

Eppure l'America vive un momento di profonda depressione collettiva. Per decenni è stata l'unica custode di un sistema globale che gran parte del mondo non ama, il compratore di ultima istanza che ha spinto fuori mercato molte imprese nazionali, il Paese che ha combattuto e spesso perso troppe guerre. Una stanchezza che, secondo Fabbri, divide la società americana tra le coste e l'entroterra, e che spiega il consenso di Donald Trump: un presidente che non ha inventato nulla, ma ha intercettato un sentimento profondo.

Da questa stanchezza nascono le scelte che ci riguardano più da vicino. I dazi, ha osservato Fabbri, non servono a riportare le fabbriche negli Stati Uniti: diventare un Paese con una manifattura di eccellenza richiede generazioni, tanto che oggi nel mondo sono meno di dieci quelli che possono vantarla, e tra questi c’è anche l’Italia. Servono piuttosto a drenare risorse dagli alleati per finanziare la sfida con Pechino, anche se in larga parte finiscono per pagarli gli stessi consumatori americani. Lo stesso vale per la richiesta all'Europa di riarmarsi, accompagnata dalla minaccia di andarsene: un bluff, secondo l'analista, perché l'Europa resta il continente più strategico da cui guardare il pianeta.

Poi c'è il mare, il vero cuore del suo intervento. Il 92% delle merci mondiali viaggia via nave e chi controlla i passaggi obbligati, da Hormuz a Suez, da Malacca a Gibilterra, controlla la globalizzazione. Per questo, nella lettura di Fabbri, le crisi in Medio Oriente pesano così tanto. Dallo stretto di Hormuz transita un quarto degli idrocarburi del pianeta, da Bab el-Mandeb il 18% dell'approvvigionamento energetico italiano. E la guerra si combatte anche sui costi: droni da poche decine di migliaia di dollari contro missili intercettori da milioni, in una sfida che logora anche la superpotenza.

Nel quadro rientra anche la Russia. Secondo Fabbri, Washington punta a congelare il conflitto in Ucraina per concentrarsi sulla Cina e, soprattutto, per staccare Mosca da Pechino, che oggi acquista a prezzi di favore le immense risorse russe. Un obiettivo finora mancato, perché per i russi l'Ucraina resta una questione vitale. «Non è Putin che ha creato la Russia – ha detto – è la Russia che ha creato Putin».

Che cosa può fare un'azienda in un mondo così? La domanda è arrivata dalla platea e la risposta è stata netta: dotarsi di strumenti che un tempo il business non prevedeva. Andare oltre la cronaca, i leader e il «teatrino politico», per leggere i fattori strutturali che muovono davvero il mondo: la demografia, le rotte marittime, le catene di approvvigionamento, gli interessi profondi dei popoli. È un lavoro complesso, ha concluso, che banche e grandi industrie stanno già integrando nelle proprie strategie. Perché, come ha mostrato quella nave costretta a fare il giro dell'Africa, i grandi equilibri del pianeta finiscono sempre per arrivare fino a noi.



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