Il pane negli eventi aziendali

Cosa ci racconta davvero la trasformazione in corso

Il pane negli eventi aziendali

Nel mondo degli eventi corporate sta avvenendo una metamorfosi silenziosa, e il protagonista inatteso è il pane. A intercettare questo cambiamento è Daniele Reponi, figura anomala e preziosa dell’ecosistema gastronomico italiano: “un po’ oste, un po’ salumiere, il non-chef dei panini”. Da anni collabora con consorzi, fiere e aziende strutturate, osservando da vicino come evolvono le esigenze del settore.


Microformati, estetica e logistica: la nuova grammatica del food negli eventi

La direzione è chiara: monoporzioni, formati mini, quasi monomorso. Negli eventi di livello, la richiesta è sempre la stessa: praticità, pulizia, immediatezza. Il pubblico deve poter assaggiare senza sporcarsi, senza impegnarsi, senza rallentare il flusso dell’esperienza. E l’estetica conta: file ordinate di piccoli panini colorati, perfettamente uniformi, diventano parte del design dell’evento.

Questa tendenza non nasce oggi. È l’evoluzione di un percorso iniziato negli anni Settanta, quando il pane monoporzione ha progressivamente sostituito le grandi pagnotte condivise. Oggi quel modello è diventato standard, alimentato anche da una certa diffidenza contemporanea verso il pane “vero” e da un immaginario che associa la pagnotta alla tradizione piuttosto che all’innovazione.


Il limite nascosto: cosa perdiamo quando tutto diventa mini

La standardizzazione, però, ha un costo. Reponi lo dice senza giri di parole: questa modalità esclude interi mondi di panificati e farciture. Una focaccia ben lievitata, croccante, scaldata al momento e farcita con mortadella: un gesto semplice, quasi banale, ma capace di raccontare l’essenza della cultura gastronomica italiana. Eppure, negli eventi, è un’eccezione.

Il rischio è chiaro: nel tentativo di rendere tutto “instagrammabile”, si sacrifica la profondità culturale del prodotto.


Lievito madre vs tecnologia: un falso dualismo

Sul fronte delle materie prime, il dibattito tra lievito madre e tecnologia divide il settore. Cresce l’interesse per i panifici che controllano l’intera filiera, dal grano alla lievitazione naturale. È un ritorno alle origini che ha riportato in scena i pani di grande formato.

Ma Reponi invita a non cadere nel romanticismo: naturale non significa automaticamente buono. Una lievitazione madre mal gestita può produrre acidità sgradevoli e allontanare il consumatore.

La chiave, secondo lui, è un approccio ibrido: la tecnologia deve potenziare la qualità, non sostituirla. Farine eccellenti, lieviti validi, attrezzature moderne: un equilibrio che permette di ottenere pani buoni davvero, ogni giorno.


La sfida per gli eventi: innovare senza perdere l’anima

Per chi lavora nell’event industry, la questione è strategica. Come conciliare estetica, logistica e identità gastronomica? Il finger food ha un ruolo, ma non può diventare l’unica grammatica possibile. A volte, una focaccia tagliata al momento racconta più autenticità di cento mini-panini perfetti.

In un settore che parla sempre più di esperienze, storytelling e valore percepito, il pane diventa un indicatore culturale: rivela quanto un evento voglia essere solo “bello da vedere” o anche “vero da vivere”.


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